Paths of the Soul – Concorso

Path of the soul

Concorso

Zhang Yang torna al road movie, dopo Getting Home. La prima parte di Paths of the Soul è la registrazione della vita contadina in un villaggio tibetano, fuori da quella modernità metropolitana di cui si era occupato il regista. Persone addette alla lavorazione e alla preparazione del cibo, al pascolo degli yak, alla macellazione, che Zhang Yang osserva con sguardo etnografico. Con una narrazione appena abbozzata coglie la dimensione crepuscolare di questa popolazione, il ciclo della natura e dei raccolti che è il ciclo della vita. La ragazza incinta, il parto della capretta, la macellazione, il funerale con il cadavere esposto e dato in pasto agli avvoltoi, il ciclo della vita che si chiude. In questo contesto matura con naturalezza l’intenzione dei protagonisti di partire per un pellegrinaggio nei luoghi sacri del buddhismo tibetano, Lhasa e la montagna sacra di Kang.

Il film sembra farsi da solo, la narrazione scaturire spontaneamente dall’anima di questi individui. Il pellegrinaggio avviene con questo curioso, sfiancante e autopunitivo, rituale dell’inchino Kowtow. I pellegrini a piedi, preceduti da un’automobile, percorrono la strada prostrandosi continuamente a ogni passo. Lo sguardo del regista sembra non provare empatia o partecipazione emotiva verso quella dimensione spirituale, che spesso ci viene restituita, a noi spettatori altrettanto disincantati, come superstizione. Massacrante appare questo mantra del continuo inchino. E la mancata spiegazione del significato di quel rituale rientra nei non detto, nelle elissi e nei fuoricampo su cui si costruisce il film, fino ad arrivare all’assenza della contestualizzazione politica della questione cinese-tibetana.

[Segue trama…]

(Zhang Yang, 115′, Cina, 2015)
Anno: 2015
Regia: Zhang Yang
Fotografia: Guo Daming
Cast: Yang Pei, Nyima Zadui, Tsewang Dolkar, Tsring Chodron
Produzione: Zhang Yang